Come fare a essere
legare la vita. esistere.
Non aspetterò che di trasformarmi,
io rinascerò di nuovo
(Giacomo 1995)
Giacomo De Nuccio - Agosto 2009
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GLI ALTRI
Normalità e diversità in corrispondenza biunivoca
Dei disturbi legati all’autismo il più faticoso da tollerare è la difformità, rispetto ad una norma
codificata, nella conduzione dei rapporti sociali, il divario, spesso incolmabile, tra l’agire di una
persona autistica e il comune modo di comunicare e di rapportarsi agli altri .
Ma chi sono gli altri?
Gli altri sono coloro che non sono noi, la restante parte dell’umanità oltre noi, semplice, no?
Eppure il discorso è più complesso di quanto possa sembrare perché, se è vero che gli altri
sono altro da noi, è vero anche che per chi è altro da noi “gli altri” siamo proprio “noi”.
Così siamo abituati ad osservare il resto del mondo come se ciò che vediamo non dovesse mai
riguardarci:noi siamo noi e mai gli altri.
Per chi è “portatore di normalità” è estremamente difficile comprendere e accettare di essere
l’ <<altro>> , dal momento che la “normalità” lo rende parte integrata di una più ampia
schiera i cui membri si riconoscono a vicenda nel rispetto di un ormai tacito codice comune.
Per chi invece è ,come me, “portatore sano di normalità” è impossibile praticare quel codice
anche se ne conosce le regole: meccanismi che si inceppano, automatismi che sviluppano
secondo strade sempre diverse e soprattutto inusuali lasciano gli apprendimenti in stand-by o,
peggio ancora, in un file protetto, pronti a comparire su uno schermo visibile a tutti solo se
viene digitata la giusta password.
Supponiamo che io chieda di “vedere” mio fratello che non vive con me, tutti si meravigliano
che in sua presenza io me ne stia , almeno apparentemente, per mio conto.
Il fatto è che “vedere una persona” ha socialmente ed emozionalmente tutta una serie di
implicazioni per me difficili da esplicitare e in certe situazioni anche da comprendere, così come
“salutare” non significa sempre e solo limitarsi al semplice “Ciao!” che riesco a dire.
Ieri, per esempio,mentre mi allenavo a giocare a pallavolo, i vari comandi “Colpisci la palla,
respingila senza trattenerla, non fermare la palla,non afferrarla,…” non hanno sortito alcun
esito positivo. Questa mattina il mio allenatore ha esordito con “Battuta!” e come per incanto
ho respinto la palla correttamente e per tutto il tempo: ACCEPT!, finalmente la password
corretta!
Naturalmente io non dovevo “battere” la palla, ma alla parola “battuta”, ho visto scorrere
velocissime in sequenza le immagini di una partita dal suo inizio e ho capito dove e come
collocare il gesto, già chiaro da subito alla mia mente ma non alle mie braccia.
Allo stesso modo, allenandomi a tirare a canestro ,la frase “Attenzione al vertice della
parabola!”(la traiettoria di un oggetto lanciato è parabolica) ha reso efficace il mio gesto.
Il mio allenatore mi conosce da sempre e ,anche se non sa spiegare come funziono, non si
arrende perché accetta che io funzioni e funzioni in modo”altro”.
E gli altri?
Per molti io resto un rebus irrisolto, un cruciverba incompleto, una difficoltà che non
desiderano affrontare, ma pochi si lasciano tentare dal sospetto che, quando sono io a stare
nella schiera dei “noi”, sono loro a sostenere il ruolo di “difficoltà”.